Parasite: capolavoro o film sopravvalutato?

Parasite: capolavoro o film sopravvalutato?

Più che una recensione del film Parasite questa è un’opinione su un cinema distante da quello occidentale

Non è mai facile giudicare un film che si allontana così tanto dai canoni occidentali della narrazione, questa è una pellicola che disturba, che gioca continuamente col battito cardiaco dello spettatore. Prima lo accelera e poi lo rallenta, ci riesce grazie ad una regia magistrale che cura, in modo quasi maniacale, ogni inquadratura, ogni movimento di camera, ogni elemento scenico ed ogni luce. Tutto pensato per amplificare l’emozione che ogni frame deve comunicare.

Bong Joon-ho è un regista sudcoreano e il film è ambientato proprio nel suo paese che, forse più di altri, riesce a mostrare tutte le crepe, le esagerazioni e i paradossi della società moderna. Un film estremamente critico sulla società, che non suggerisce soluzioni o strade da prendere, ma punta la lente della narrazione sulle sfaccettature e i paradossi del problema.

La struttura narrativa è lontana da quella cui siamo abituati, di stampo americano, il film non ci mostra un protagonista/eroe che fronteggia i “cattivi”, supera prove difficili e risolve la situazione, no niente di tutto ciò.

Questo film è una fotografia cruda, una di quelle per le quali i social network chiederebbero l’autorizzazione a mostrarla, onde evitare di urtare la nostra sensibilità. Parasite non chiede autorizzazioni, urtare la nostra sensibilità di occidentali benestanti è proprio quello che vuole. 

Le case dei ricchi sono confortevoli, calde, ordinate.

Ci mostra tutto quello che si cela dietro le quinte del capitalismo, della società dell’opportunità e della crescita perpetua. Siamo a Seul, capitale della Corea del Sud, una megalopoli di quell’oriente che oggi sta portando all’estremo l’ideale del capitalismo, città come Seoul, Hong Kong o Pechino, in cui gli opposti convivono e si scontrano. I grattacieli, le metropolitane e le sedi delle grandi società tecnologiche a pochi chilometri da baraccopoli in cui si vive senza avere nemmeno l’acqua potabile in casa.

Proprio questi estremi in costante conflitto ci vuole mostrare Bong Joon-ho e lo fa attraverso le vicende di due famiglie, le protagoniste della pellicola, che si trovano ai poli opposti della scala sociale. In conflitto costante, costretti a parlarsi e confrontarsi, ma che non riusciranno mai ad amalgamarsi e sopportarsi. Le differenze sono troppe, grandi e nessuno sforzo potrà mai colmare, uno sforzo vano evidenziato dal regista in ogni scena e ogni passaggio del film.

Entriamo dentro il film, quale è la storia?

Come abbiamo detto tutta la vicenda ruota intorno a due famiglie. La prima che incontriamo, vive in una periferia di Seoul, quattro persone in un seminterrato fatiscente. Un ambiente soffocante, angusto, senza luce e che mostra il mondo dal basso, anzi dalle bassezze, come quelle di un uomo che si ostina a voler urinare per strada, proprio davanti all’unica finestra della casa.

Perché una famiglia povera e di periferia l’unica cosa che può osservare è il degrado e con quello deve convivere, deve adattarsi ai problemi, galleggiarci sopra senza farsi sovrastare, anche apprezzando pasti malsani e inutili regali inaspettati.

Nemmeno il talento serve per uscire da quella situazione, infatti Ki‑woo il giovane protagonista è un ragazzo intelligente e bravissimo a parlare inglese, la sorella invece è un portento in campo artistico, nessuno dei due può però frequentare l’università, che è “roba da ricchi”.

Un dono inaspettato è l’elemento che fa partire la storia, un omaggio inutile ricevuto dal Ki‑woo da un amico in procinto di partire per studiare all’estero. Una strana pietra, un soprammobile, che è a tutti gli effetti un vero e proprio MacGuffin che accompagnerà tutta la narrazione. 

La pietra ricevuta in dono dalla famiglia povera. Uno strano oggetto che ha la funzione di Mac Guffin

La famiglia accetta felice questo strano dono, avrebbe di certo preferito un bell’arrosto, ma va bene lo stesso. L’oggetto non è però l’unico regalo, l’amico ha infatti anche un’interessante proposta per il ragazzo, sostituirlo come insegnante di Inglese per la figlia di una ricca famiglia della città. Vuole lasciare il posto ad una persona fidata come Ki‑woo, perché è innamorato della giovane ragazza e al ritorno vorrà chiederle la mano.

Tutto perfetto, rimane solo un problema, Ki‑woo non è iscritto all’università e ricchi non fanno entrare in casa ragazzi che non siano seri studenti universitari. Nessun problema però, la sorella è un’artista con Photoshop, pochi click e in attimo stampa un certificato di iscrizione al college, il lasciapassare per il mondo dei ricchi.

Queste prime scene del film sono claustrofobiche, inquadrature strette dentro un appartamento tanto piccolo da non consentire nemmeno di stare in piedi comodamente, mettono un senso d’ansia, sottolineato da colori freddi, grigi, che farebbero venire voglia di qualcosa di caldo.

Ma questo è il mondo delle periferie povere, non c’è comfort, c’è disagio e capacità di affrontarlo, proprio come il giovane protagonista che sembra quasi a suo agio in un ambiente di privazione.

I raagazzi si adattano agli spazi angusti della loro casa, dove non c’è comfort ed è fondamentale imparare ad adattarsi

L’ingresso nel mondo nuovo e fantastico: il mondo dei ricchi

In questa pellicola non ci sono elementi causali, tutto è funzionale al racconto e all’emozione che ogni scena deve trasmettere allo spettatore. Il mondo dei ricchi, delle famiglie facoltose è agli antipodi rispetto alla periferia, siamo nella stessa città ma sembra un altro mondo, un luogo fantastico.

Grandi spazi, verdi giardini, una bella vista aperta sulle montagne, una casa ariosa in cui dominano l’ordine e la pulizia, i colori si fanno caldi e avvolgenti, lo spettatore sente improvvisamente salire la temperatura in sala, tutto è confortevole.

Ki‑woo fa di tutto per apparire all’altezza, mostra il suo attestato, parla con eleganza e accetta di fare la prima lezione della ragazza in presenza della madre.

Il ragazzo guarda a quel mondo, fatica a comprenderlo, ma gli piace tutto: quella casa, i modi eleganti, i bei vestiti, insomma vorrebbe vedere la sua famiglia in quella casa così bella ed accogliente. Un sogno? Forse si o forse no.

La casa della famiglia ricca è grande, elegante, immersa nel verde e calda

Ecco, proprio da questa domanda che nasce improvvisamente nella testa del nostro protagonista, parte la fase centrale del film. Provare a cambiare la propria posizione, cercare di migliorare la propria condizione, e come farlo? Be ovviamente cercando di entrare nelle grazie dei ricchi a scapito di altri poveri.

Due mondi che non riescono mai a mischiarsi

La parte centrale del film è si concentra proprio sul tentativo della famiglia di periferia di migliorare la propria situazione. Non è casuale che la strategia usata sia l’inganno, il raggiro e la truffa utilizzata però a danno di altri poveri.

Una guerra tra poveri che, alla fine, non migliora davvero le cose per nessuno, a parte i ricchi che continuano a vivere la loro vita inconsapevoli.

Questo tentativo però appare subito piuttosto goffo, non è facile stare in quel loro mondo pulito e ordinato, per quanti si desideri davvero amalgamarsi cercando di non essere mai fuori luogo, è quasi impossibile celare le differenze.

Il povero rimane povero anche se vestito bene e in una mercedes

Il povero, puzza di povero, non è un fatto di igiene o di vestiti sporchi, è una questione di DNA, è come un’essenza di cui la pelle si impregna vivendo per anni in un seminterrato o in periferie sporche e puzzolenti, non c’è doccia o profumo che tenga.

La puzza è un tema centrale del film, quella puzza che i ricchi proprietari di casa continuano a sentire e che i poveri servitori non riescono a scrollarsi di dosso, una sorta di marchio indelebile. Il ricco ne è infastidito, un odore forte e pungente, lontano da quelli delicati della sua bella casa.

Il regista riesce a mostrare tutta la distanza tra le due famiglie proprio quando condividono gli stemmi ambienti. In questi momenti si nota la loro distanza, il giorno e la notte, la luce e l’ombra, mondi che mai potranno unirsi. Lo sanno i ricchi che fingono comprensione ma continuano a non sopportare l’odore e lo sanno i poveri che fanno di tutti per cercare di levarselo di dosso.

La famiglia povera capisce in fretta che è impossibile lasciare la propria condizione, non sono concesse distrazioni, mai! Nemmeno quella di lasciare aperta l’unica finestra dell’appartamento in una giornata di pioggia, l’unica boccata d’aria sul mondo esterno però si trasforma in catastrofe, rendendo la casa una vera fogna.

Più procede e più il film si distanzia dalla cultura e dal cinema occidentale. Lo spettatore fatica ad identificarsi, fatica a prendere le parti del protagonista o di qualunque altro personaggio, non c’è una vera risoluzione della vicenda, non ci sono personaggi completamente positivi o completamente negativi. Ciascuno è impegnato a difendere se stesso e il suo piccolo mondo.

Il messaggio finale, così reale da disturbare

L’ultimo atto del film si apre nel bel mezzo di un momento di pace e tranquillità familiare. I padroni vanno in campeggio e lasciano la casa per il weekend alla domestica. La famiglia povera finalmente può sognare un po’, sentendosi padrona di quella meravigliosa dimora. 

Si buttano sui letti, fanno il bagno caldo, insomma si sentono a loro agio, osservano con soddisfazione quella bella vista sul giardino e la montagna, immaginano che quella possa essere la loro casa, del resto ora vivono la.

Ma è solo un’illusione e il regista non attende molto per farcelo sapere, proprio nel mezzo dei sorrisi e della pace di quella famiglia squilla il citofono. Non vi dirò cosa succede, ma sono certo che difficilmente vi aspetterete ciò che accade da lì in avanti: possiamo però parlare di quello che il regista ci vuole dire.

I poveri si muovo nella casa come topi che devono stare nascosti.

I poveri, per quanti sforzi facciano, non riescono quasi mai a cambiare la loro condizione, che si portano sempre dietro sulla pelle come un tatuaggio. Se ci riescono, lo fanno sempre a scapito di altri poveri che stavano come o peggio di loro, e spesso per avanzare solo di poche caselle. I ricchi nemmeno se ne accorgono di queste battaglie, loro vivono indisturbati nel mondo dorato di “non” problemi.

Attenzione però, le etichette pesano. Si può sopportare tutto, ci si può adattare alle condizioni di vita più pesanti, ma difficilmente si può sopportare troppo a lungo il giudizio degli altri, le etichette sono un fardello troppo grande anche per una famiglia abituata a vivere in buco di casa seminterrata.

Proprio quell’etichetta, reiterata per l’ennesima volta, da fuoco alle polveri per il gran finale. Un finale amaro, che mostra l’immutabilità delle cose, un finale che riporta in scena quello strano regalo, quella pietra ricevuta in dono dal protagonista, che alla fine fa quello che tutti si aspettano che faccia.

Che genere di film è Parasite

Avrete capito che questo è un film che vi porta sulle montagne russe, che diverse volte vi infastidirà e disturberà. Questo è l’obiettivo del regista, mostrare la sua visione della società occidentale, dell’effetto del capitalismo sulle persone, sui loro legami. 

Un film il cui ritmo accelera e rallenta, proprio come il battito di chi lo guarda, qualcuno potrà sentirsi strano alla fine, quasi angosciato, in uno stato di ansia. Ma non è forse questo il ruolo del cinema?

Di che genere è questo film? Sicuramente ha elementi della commedia, ha una struttura drammatica, ci sono raffinate scene di azione, ci sono elementi del giallo e perfino sfumature horror.

La grandezza di questa pellicola potrebbe sintetizzarsi proprio parlando del genere, non è una narrazione che si piega ad un genere ma, al contrario, è proprio il film che utilizza tutti i generi per piegarli al suo scopo, quello di mostrare tutti i lati della società moderna: quelli comici, quelli drammatici e persino quelli horror. 

 

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