Legge Zan: chi ha paura dei diritti?

Negli ultimi giorni si sta parlando molto del disegno di Legge Zan, un provvedimento legislativo per contrastare le discriminazioni sugli orientamenti sessuali e l’identità di genere.

La legge è stata approvata alla Camera dei Deputati ed ora è in attesa di essere dibattuta e votata in Senato.

La discussione sul provvedimento continua però a non essere inserita in calendario per l’ostruzione del Presidente della Commissione Giustizia Ostellari e di buona parte del centrodestra.

L’obiettivo nemmeno troppo nascosto è sfruttare i tempi parlamentari per far impantanare la legge, che a qualcuno proprio non piace.

Non sono mancate infatti le dichiarazioni colorite sui presunti pericoli di una norma che vorrebbe semplicemente riconoscere dei diritti.

Se ne sono sentite di tutti i colori: “Si legittima l’utero in affitto” ha twittato il Senatore Leghista Pillon, “Un attacco alla libertà d’espressione” rilanciano alcuni compagni di partito, usando peraltro le stesse parole della Conferenza Episcopale Italiana.

Quelli che poi giocano a fare i concreti si limitano a dire “Non è una priorità del paese, ci sono altri problemi”, dimenticando forse le loro battaglie per i crocifissi nelle aule o contro “Bella Ciao”, di certo essenziali per il bene del paese.

Ascoltandoli potrebbe venire il sospetto che questo provvedimento contenga chissà quale diabolico meccanismo per punire chiunque pronunci la parola “omosessuale”.

La realtà, però, è un po’ diversa. Questo disegno di legge infatti intende modificare le norme che puniscono le discriminazioni razziali e aggiungere tra le condotte sanzionate anche “le discriminazioni sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”.

Nel pieno rispetto dello spirito della Costituzione che, al suo articolo 3, impone allo Stato di agire per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Quello stesso principio di uguaglianza che, per fare un esempio, ha fatto nascere lo stato sociale (sussidi di disoccupazione, cassa integrazione, reddito di cittadinanza) e che impone allo Stato di agire per permettere ad ogni cittadino di vivere senza essere vittima di discriminazione.

Siamo uno dei pochi paesi europei ancora privi di una disciplina di questo tipo mentre le cronache, purtroppo, ne dimostrano la necessità e l’urgenza.

Per smentire certe strampalate dichiarazioni è sufficiente spiegare, in estrema sintesi, cosa fa questa Legge.

Da una parte modifica gli articoli 604 bis e ter del Codice Penale aggiungendo le discriminazioni “fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” tra quelle punibili.

Dall’altra lato modifica la legge Mancino del 1993, caposaldo legislativo della lotta alla discriminazione razziale, estendo la sue disposizioni anche ai reati di violenza “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”.

Insomma nessuna censura, nessuna norma liberticida o legge bavaglio, ma una piccola modifica a leggi già esistenti che rappresenterebbe un grande passo in avanti della nostra società

Videoreporter, autore e scrittore. Vicedirettore di Trekking.it e autore per Momak Agency. Scrivo anche di società, politica e attualità sempre con lo sguardo fermo sui fatti e sui perché.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi