Che sapore ha la felicità?

Guardo le immagini della nave bloccata nel canale di Suez, con quelle centinaia di container colorati sopra che sembrano lego e penso a quello che c’è dentro. I prodotti che abbiamo ordinato con un click; gli smartphone, i computer, le biciclette e tutti quegli apparecchi che arrivano dalla prima potenza commerciale del mondo: la Cina.

Mi viene istintivo guardarmi intorno, dare un’occhiata nell’armadio, in cantina o semplicemente dentro alcuni cassetti. Vedo decine di oggetti che giacciono inutilizzati. Ci sono i vecchi telefoni, un computer, degli orologi e un televisore.

Ci sono cose usate si e no un paio di volte, altre magari durate un paio d’anni. Se facessi il conto di quanto mi sono costate verrebbe fuori una bella somma, come quella che ogni giorno l’economia globale sta perdendo per il blocco del canale di Suez, qualche centinaia di milioni di dollari.

L’economia globale è un sistema complesso, tutto il pianeta è collegato, nessuno può chiamarsi fuori dal gioco, si galleggia solo continuando a commerciare col resto del mondo.

I discorsi della politica lasciano il tempo che trovano, hanno un bel parlare della Cina, ma ne siamo dipendenti, come dagli Stati Uniti, e loro sono dipendenti dall’Europa. Tutti sono dipendenti da tutti, nessuno è ormai così forte da fare da solo.

Mentre ci penso riguardo tutti quegli oggetti che ho comprato, molti dei quali prodotti in Cina con materie prime estratte in Africa e con sopra un logo di un’azienda americana, e mi chiedo, avevo davvero bisogno di tutta quella roba?

Perché diavolo ho comprato il tablet se ho due portatili e uno smartphone gigante. Cosa me ne faccio di quel proiettore che avrò usato due volte?

Semplice, ne avevo bisogno. Nel momento in cui gli ho acquistati sentivo di non poterne fare a meno, sentivo quell’acquisto come essenziale. Come mai?

Mi chiedo come siamo arrivati ad avere questa sete di avere oggetti, sempre più oggetti, che non ci servono a nulla. Lasciando stare i temi dello spreco e del riuso, quello che mi inquieta è pensare che tutta quella roba l’ho comprata col denaro, che ho guadagnato investendo tempo nel lavoro.

Poi non so come dal canale di Suez sono finito a pensare alla spiaggia che ho a due passi dall’ufficio, in queste giornate di primavera ho iniziato a passarci la pausa pranzo, stando al sole e leggendo un libro.

Poche decine di minuti di pace, col rumore del mare, scaldato dal sole ed immerso in una bella storia, attimi in cui il tempo rallenta, la vita si gusta e ci si sente bene.

Forse abbiamo perso il valore del tempo. Che senso ha cercare di lavorare sempre di più, per guadagnare soldi che spendiamo in oggetti totalmente irrilevanti per la nostra felicità.

Per essere felici alla fine basta poco, basta del tempo passato a fare le cose che ci piacciono con persone con cui stiamo bene. Una grigliata, una camminata o una pausa pranzo in spiaggia, cose che costano poco. Perché la felicità, come diceva uno scrittore francese, deve costare poco o non è di buona qualità.

Ritorno a guardare l’immagine di quella nave carica di container che ostruisce il canale di Suez e penso a quante ore di vita sono state spese per comprare gli oggetti che trasporta e che trasportano le circa 17 mila navi che ogni anno attraversano quel piccolo canale.

Penso poi a quanto vorrei che tutte quelle ore di vita potessero tornare al mittente, perché ne faccia un uso migliore, e magari anzichè bramare oggetti surrogati della felicità decida di cercarne un po’ di quella vera e genuina, che è sempre a pochi passi da noi.

Videoreporter, autore e scrittore. Vicedirettore di Trekking.it e autore per Momak Agency. Scrivo anche di società, politica e attualità sempre con lo sguardo fermo sui fatti e sui perché.

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