Ecco come siamo diventati la società del malessere!

Ecco come siamo diventati la società del malessere!

Siamo una società divisa, contrapposta, polarizzata, si potrebbero utilizzare molti altri aggettivi che significano solo una cosa, c’è tanto astio, per non dire odio che circola tra noi italiani. Anche tra connazionali di altri popoli, ma voglio guardare a casa nostra.

Ci sono quelli che si sentono di destra e odiano quelli di sinistra e viceversa. Non siamo mai stati così, o almeno, forse lo eravamo ma non c’erano social sui cui scriverlo e mostrarlo.

Questo però non è un difetto congenito del nostro popolo, ci sono stati periodi storici in cui il paese era molto più unito, pure con le normali, e anzi, sane differenze di veduta, su alcuni grandi temi c’era convergenza e unità di tutti.

I diritti civili, i diritti sociali, la salute pubblica e l’istruzione, si litigava su tutto, ma su questi argomenti no, perché tutti ne riconoscevano l’importanza.

Oggi le cose sono cambiate, sono arrivati strumenti di comunicazione nuovi che hanno completamente stravolto il modo di relazionarsi, oggi chiunque può avere un pubblico più o meno grande cui trasmettere le proprie idee.

Una volta lo si poteva trovare in piazza o al bar del paese, e li rimaneva circoscritto, oggi no.

All’inizio si pensava che il web e i social potessero dare libera circolazione alle idee e alla conoscenza, ma poi l’odio e l’insulto hanno preso il sopravvento, perché colpiscono di più, indignano e quindi si diffondono molto più velocemente cavalcando le paure della gente.

Il passo successivo, quello di non ritorno è stato il populismo, incarnato da quei politici che hanno pensato di sfruttare la viralità dell’odio e della paura per accrescere il proprio consenso.

Hanno capito che focalizzando l’attenzione delle persone su temi che dividono e spaventano si fidelizzano le masse, si ottiene il loro supporto, anzi di più, il loro tifo.

La realtà poi, però, è sempre molto diversa, specie in un mondo globalizzato come quello odierno. In cui ci sono ricchissimi, poverissimi e in mezzo una fascia di popolazione molto ampia che sopravvive più o meno bene.

Ci sono operai con guadagni e sicurezze maggiori di quelle di un avvocato o di un architetto, ci sono grandi scienziati che hanno meno seguito di una starletta della tv, ci sono anziani che hanno tutele e pensioni che le nuove generazioni forse non vedranno mai.

Insomma c’è una sorta di convergenza al centro, un mondo diviso nelle idee, si trova in realtà molto vicino negli stili di vita.

Se il supporter leghista che urla contro il radical chic di sinistra si fermasse un attimo e aprisse gli occhi, si renderebbe conto che magari quel radical chic è un giovane avvocato con uno studio che fattura molto meno del suo piccolo bar nella provincia bergamasca.

Entrambi si alzano ogni giorno nella stessa giungla di tasse, burocrazia e servizi che funzionano male. Quando stanno male tutti e due finiscono negli stessi ospedali fatiscenti e i loro figli frequentano le stesse scuole malridotte e senza professori.

Se si fermassero un attimo a pensare si renderebbero conto che per stare tutti meglio servirebbe essere uniti per pretendere da chi ci governa che le cose siano fatte per per bene. I cittadini dovrebbero assicurarsi che ogni intervento e provvedimento poi funzioni nella realtà e riesca a produrre effetti concreti.

La sanità, la scuola, i servizi essenziali, meno burocrazia, una tassazione più snella e chiara, migliorerebbero la vita sia del piccolo imprenditore leghista di provincia che del giovane avvocato di sinistra che vive in città.

Loro però perdono tempo a buttarsi addosso odio e insulti.

“Fascista!” dice l’uno “Comunista e venduto ai poteri forti” risponde l’altro.

Lo scrivono sui social, alla sera tardi, quando sono entrambi stremati sul divano, dopo una giornata di lavoro estenuante, magari dopo l’ennesima battaglia contro una burocrazia estenuante o dopo aver pagato un altro salatissimo F24.

Ecco perché le divisioni sono preziose e la politica le cerca ad ogni costo, perché se tutti fossimo uniti e riuscissimo a pensare all’interesse della comunità inizieremmo a chiedere davvero che ci venga garantito una Stato che funziona.

Lasceremmo da parte le questioni irrilevanti e inizieremmo ad esigere che tutti i governanti, dal Presidente del Consiglio fino al Sindaco del paese, agiscano solo ed esclusivamente nell’interesse del buon governo.

Cosa vuol dire buon governo? E’ abbastanza semplice, significa riuscire a far funzionare bene i servizi pubblici. Ospedali adeguati, trasporto pubblico efficiente, una burocrazia meno complicata, scuole e università degne di un paese sviluppato.

Perché questo è così pericoloso per la classe politica? Semplice, perché per far girare le cose nel modo giusto ci vuole onestà, competenza e capacità gestionale. In una parola bisogna essere preparati, studiare i problemi e proporre soluzioni che poi funzionino davvero.

Non è fantascienza, anzi dovrebbe essere la norma, ma così non è. Infatti è molto più facile alimentare spaccature, cercare di metterci gli uni contro gli altri, concertati ad odiarci senza avere l’energia per vedere come funzionano davvero le cose.

Di questo passo però stiamo andando dritti verso una società del malessere per tutti, siamo sulla stessa nave che sta imbarcando acqua e anziché pensare a tappare le falle perdiamo tempo a dividerci i posti sul ponte. Tra poco però la nave sarà affondata e non ci sarà più nessun ponte su cui stare.

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